Dietro la buona notizia sul sostegno alle università siciliane si nasconde un lato oscuro che riguarda Marsala e il Corso di Laurea in Viticoltura ed Enologia.
Negli ultimi due anni il ritorno del corso di Enologia a Marsala era stato annunciato più volte, alimentando aspettative tra operatori del settore, studenti e istituzioni locali. Si parlava di rilancio, di una nuova sede, di un investimento capace di connettere formazione e filiera produttiva. Nulla di tutto questo, però, si è tradotto in atti concreti.
Oggi la realtà è diversa: nessun finanziamento, nessun cronoprogramma, nessuna riattivazione. Il rischio, sempre più concreto, è quello di una marginalizzazione progressiva della città nel panorama universitario regionale. Un paradosso evidente, se si considera il peso economico e culturale che il vino rappresenta per Marsala e per l’intero territorio trapanese.
Le criticità del corso di laurea in Viticoltura ed Enologia a Marsala non derivano da scarso interesse o pochi iscritti ma da problemi strutturali e organizzativi. Negli anni il percorso ha sofferto di sedi inadeguate, laboratori insufficienti e continui ritardi nella programmazione, con spostamenti e rinvii che ne hanno compromesso la continuità.
Più una conseguenza della mancanza di investimenti e di una gestione logistica stabile dunque, che del disinteresse degli studenti. Intanto, i giovani siciliani interessati al settore vitivinicolo sono costretti a guardare altrove per la propria formazione.
L’unica opzione regionale concreta resta oggi Università degli Studi di Catania, con un inevitabile spostamento verso la Sicilia orientale. In alternativa, molti studenti scelgono di iscriversi in atenei del Centro-Nord, affrontando costi più elevati e allontanandosi dal proprio territorio. Una situazione che, di fatto, contribuisce ad alimentare la migrazione studentesca e a indebolire ulteriormente il legame tra formazione universitaria e realtà produttive locali.
Nel frattempo, altrove si investe. Il progetto di Castelvetrano, orientato anch’esso al comparto agricolo, sembra incarnare la nuova strategia regionale: meno sedi, più strutturate, con l’obiettivo di evitare dispersione di risorse. Una logica che, però, solleva interrogativi su criteri e priorità. Perché escludere proprio il luogo che più di altri potrebbe garantire un legame diretto tra università e produzione?





