Effetto collaterale della pandemia che ,come nella primavera scorsa, in occasione della prima ondata di contagi, ha determinato l’impennata del prezzo del grano nel mercato mondiale. Solamente nell’ultimo mese si è registrato un aumento del 16%, come emerge dai contratti future con consegna a dicembre alla chiusura settimanale del Chicago Bord of Trade (CBOT), il punto di riferimento internazionale delle materie prime agricole.

Questo ha portato in Italia ad un aumento delle quotazioni del grano duro per la pasta di quasi il 20% raggiungendo un valore di 28 centesimi al chilo .

L’aumento del prezzo del grano, specie durante i mesi del lockdown totale, ha riguardato anche l’Italia dove una famiglia su quattro si è cimentata nella preparazione domestica della pasta. Questa è stata una concausa che ha concorso a far crescere negli ultimi 12 mesi le quotazioni del grano duro da destinare alla produzione della pasta nel nostro paese, aumentate del 20%: tradotto in numeri, fino a 28 cent al chilo.

La filiera del grano è stata, non a caso, una delle rare a non risentire della crisi economica. L’effetto psicologico è stato determinante nell’incremento dei prezzi di beni di prima necessità a causa della paura che ha accelerato la corsa agli acquisti. Un atteggiamento probabilmente ingiustificato, dovuto in parte a misure drastiche come la chiusura delle frontiere, tenuto conto della dipendenza dell’Italia dalle importazioni internazionali in molti settori dell’agroalimentare.

Gli effetti della pandemia – spiega la Coldiretti – si fanno sentire non solamente nei mercati finanziari e in quelli dei metalli preziosi come l’oro, ma anche sul mercarto delle produzioni agricole, la cui disponibilità è diventata strategica con l’incertezza sugli effetti della nuova ondata di contagi.

Quest’andamento dei mercati ha consolidato la consapevolezza indotta dal Coronavirus del valore rappresentato dal cibo e della percezione delle necessarie garanzie di qualità e sicurezza ad esso correlato.

Questo ci riporta alla necessità inderogabile di investire sulle produzionio agricole in maniera da raggiungere l’autosufficienza e non dipendere così dalle importazioni e dalle fribrillazioni e tensioni internazionali riconoscendo un prezzo di acquisto ‘equo’ ai produttori di grano, basato sugli effettivi costi sostenuti.

Comunque una boccata d’ossigeno per i produttori siciliani se teniamo conto che la crisi degli ultimi anni ha falcidiato le aziende in Sicilia dove c’erano 300 mila aziende cerealicole, mentre adesso ne risultano 219.000.