Si susseguono incessantemente i decreti ristori del governo Conte, siamo arrivati già al terzo e un quarto è già pronto per essere esitato, con l’obiettivo di alleviare le difficoltà degli operatori e i titolari di quanti operano nel settore della somministrazione di cibo e bevande, che dalle restrizioni per misure di contenimento della diffusione della pandemia, sono risultati hanno subito i maggiori danni.

Questo rincorrere, a volte confuso, le richieste e le proteste legittime che provengono in maniera omogenea da tutta Italia, fa ben capire il livello di emergenza e di grave pericolo che un intero comparto sta correndo.

Il rischio reale è che alla fine dell’emergenza rischiano di fallire 50mila fra bar e ristoranti con l’effetto collaterale di lasciare alle spalle una scia di almeno 300mila disoccupati e migliaia di titolari di attività che non potranno avviare altre attività perché “falliti”. Un pericolo concreto che rischia di vedere decimata la presenza di operatori che svolgono pure una funzione sociale e culturale nel campo dell’enogastronomia.

Oggi più che mai è urgenteformulare una riforma strutturale che possa rimediare ad alcune distorsioni della legge Bersani che ha liberalizzato nel 2006 i criteri di accesso al settore della ristorazione e dell’intrattenimento

L’obiettivo a detta delle associazioni di categoria che seguono da anni l’involuzione del sistema è riorganizzare l’intero comparto che scontava già nel periodo pre-covid una debolezza strutturale, dovuto in parte anche al numero eccessivo di esercenti l’attività di somministrazione di cibo e bevande. Un numero per tutti, l’Italia ha il doppio dei pubblici esercizi della Germania con 23 milioni di abitanti in meno.

A loro detta occorre tutelare le aziende di ristorazione serie anche perché la liberalizzazione voluta dall’allora Ministro Bersani, sebbene improntata alla volontà di aprire il settore della sommministrazione di cibi e bevande a nuove realtà, negli anni ha rivelato delle pecche. Difatti ha finito per aprire in maniera indiscriminata e non tenendo conto della professionalità, della preparazione e, soprattutto, della sicurezza dei consumatori. Il risultato è stato la proliferazione di attività il cui comune denominatore molto spesso è stata l’improvvisazione imprenditoriale, con il risultato di danneggiare le aziende serie e qualificate con alle spalle storia, tradizione, capacità manageriale e un forte bagaglio formativo.

Criticità che la crisi della pandemia ha contribuito ad acuire. Si auspica che conclusa la fase emergenziale, si creino le condizioni per rimettere mano al quadro normativo che definisce i requisiti d’accesso ad un settore strategico per l’economia e l’attrattività turistica.

Occorrerà dare rilievo alla formazione, anche continua, per i dipendenti e per gli stessi imprenditori del settore e i requisiti patrimoniali delle aziende che, oltre a svolgere funzioni sociali importanti, ormai sono divenute responsabili dell’occupazione di una parte rilevante della forza lavoro italiana e di una componente importante del Pil del Paese.