Durante il periodo delle restrizioni dovute al coronavirus, il melone cantalupo era ricercatissimo sui mercati ed è stato venduto, mediamente, ad un prezzo che permette alle aziende di generare utile.

La fine delle restrizioni ha “ucciso” il melone tanto che, solo nel territorio di Licata, dove si producono grandi quantità di melone, dal 3 giugno, sono state buttate centinaia di tonnellate di prodotto già raccolti e, molti di più, verranno mangiati dagli animali perché resteranno nelle piante a marcire.
Per “il rinnovo” delle piante sono stati spesi tantissimi soldi che graveranno sull’utile iniziale.
Stesso discorso per anguria e anguria mini.
Prezzo medio, dal 5 giugno al 20 giugno (in Sicilia) per mini anguria 0,30€. Parliamo di un prodotto italiano di grandissima qualità, prodotto nel pieno rispetto di tutte le normative europee.

I costi di produzione, per ogni 1000 kg prodotti, ammontano a 387 euro. In buona sostanza, il produttore ha dovuto rimetterci di tasca propria 87 euro. Si paga per vendere quando si dovrebbe guadagnare. Ma dobbiamo davvero sperare in un coronavirus all’anno per vendere a prezzi da utile? Oppure basterebbe non importare meloni e angurie prodotti in Paesi come Turchia, Grecia, Spagna, Tunisia, Marocco, Senegal e via dicendo?
Le restrizioni hanno fermato le importazioni selvagge dei prodotti e i produttori italiani hanno tirato un sospiro di sollievo. È necessario controllare i mercati limitando le importazioni di prodotti concorrenziali a quelli italiani.

Ovviamente, le importazioni non sono l’unico problema dei produttori. Bisognerebbe riorganizzare le produzioni agricole. Riorganizzare le filiere e ristabilire, quantomeno, un equilibrio tra chi produce e chi vende.
Oggi, la produzione è distrutta dalla grande distribuzione organizzata che, con le aste al ribasso, porta il prezzo del prodotto a livelli da fallimento aziendale. Lo Stato può e deve governare questi meccanismi.

Ritornando alle merci buttate, andrebbe ricordato che norme europee danno la possibilità agli Stati di intervenire in questi casi. In crisi di mercato così gravi, nei quali i prodotti vengono buttati o non raccolti, lo Stato può aiutare economicamente i produttori agricoli.
In Italia, i costi di produzione sono talmente alti e i prezzi (per il produttore) sono talmente bassi che è più conveniente chiudere l’attività.