Il mercato del grano duro registra un crollo verticale delle quotazioni, toccando i 19 centesimi al chilo. Agricoltori costretti a produrre in perdita a un passo dalla nuova trebbiatura.
Il comparto cerealicolo della Sicilia sta affrontando una delle emergenze economiche più drammatiche degli ultimi decenni. Le quotazioni del grano sull’isola hanno subito un vero e proprio crollo verticale, una parabola discendente che sta mettendo in ginocchio migliaia di produttori locali. Nel giro di appena quattro mesi, il valore di mercato della materia prima è scivolato da 25 a 19 centesimi al chilogrammo (pari a 19 euro al quintale). Si tratta di una cifra ben lontana dalle aspettative minime del settore, ma soprattutto del tutto insufficiente a coprire i costi vivi sostenuti nei campi dalle aziende agricole.
A rendere la situazione esplosiva è il divario insostenibile tra i ricavi della vendita del grano e le spese di gestione agronomica. Gli istituti di ricerca, tra cui l’Ismea, stimano infatti che per produrre un singolo chilogrammo di chicchi di grano in Italia servano mediamente tra i 31 e i 32 centesimi. Coltivare oggi in Sicilia significa, quindi, operare con una perdita netta e sistematica di oltre 10 centesimi per ogni chilo raccolto, un cortocircuito finanziario che rischia di spingere moltissime realtà cerealicole verso la chiusura definitiva.
I motivi del crollo del grano e l’allarme dei silos pieni
L’allarme rosso è stato lanciato formalmente da Graziano Scardino, presidente regionale della Cia (Confederazione Italiana Agricoltori). Il portavoce dell’associazione ha voluto accendere i riflettori sulla disperata condizione di tutte quelle imprese che, nel corso dell’ultimo anno, avevano deciso di temporeggiare. Nella legittima speranza di un rialzo delle tariffe di mercato o di una stabilizzazione dei listini nazionali ed europei, moltissimi agricoltori siciliani hanno preferito non svendere subito il raccolto della mietitura precedente, riempiendo i propri silos di stoccaggio nella speranza di tempi migliori.
La strategia d’attesa si è, però, rivelata una trappola a causa delle dinamiche speculative internazionali e delle massicce importazioni dall’estero. Le quote sono calate bruscamente del 25%, costringendo i produttori a svendere la vecchia merce in forte perdita per svuotare i magazzini. Il tempismo di questa crisi è dei peggiori: i silos di grano vanno liberati immediatamente perché nelle campagne dell’isola sta per cominciare la trebbiatura del nuovo anno.
L’avvio dei lavori nei campi comporta l’esborso di ulteriori e ingenti somme liquide per il carburante dei mezzi, la manodopera e la logistica, spese che le aziende agricole siciliane devono anticipare senza avere alcuna garanzia di profitto.
Il paradosso della filiera: produttori poveri, ma la pasta resta cara
La crisi della cerealicoltura siciliana fa emergere una profonda anomalia strutturale lungo tutta la catena di distribuzione che va dal campo alla tavola. Mentre la remunerazione per il lavoro degli agricoltori tocca minimi storici offensivi, i prezzi dei prodotti finiti sugli scaffali dei supermercati non accennano a diminuire. Le farine di semola mantengono una media di circa 1,50 euro al chilo, la pasta industriale si attesta stabilmente sopra l’euro e il pane fresco nei panifici dell’isola viaggia su una media di 3,50 euro al chilogrammo. Un vero e proprio rincaro che va a pesare sui carrelli delle famiglie italiane (e non solo).
Questo squilibrio dimostra che il deprezzamento della materia prima, in questo caso del grano, non si traduce in un risparmio per la spesa dei consumatori, ma si trasforma in un polmone di margine per altri segmenti della filiera, impoverendo l’anello più debole: la terra. In assenza di interventi governativi urgenti, di un blocco delle speculazioni e di un reale sostegno alle sementi certificate, la Sicilia (storicamente considerata il granaio d’Europa) rischia di vedere svanire un patrimonio agricolo insostituibile, con la progressiva e inevitabile avanzata dell’abbandono dei terreni coltivabili.





