Un antico palazzo, uno scrittore famoso, un territorio nobile e vocato all’agricoltura: questa è Santa Margherita Belice.

Qui, in effetti, quando arrivate alla piazza principale c’è uno strano signore che vi accoglie davanti a quello che fu il suo palazzo: è lui Giuseppe Tomasi di Lampedusa che sembra salutarvi con la sua aria nobile e cortese. Il suo bronzo a grandezza naturale resiste al tempo come la sua fama mondiale.

La storia del luogo inizia nel 1572 con re Filippo II trasferisce al barone Antonio Corbera la ‘licentia populandi’ per popolare il territorio di Santa Margherita che successivamente prenderà l’aggiunzione del Belìce nel 1861 con l’unità d’Italia. Quattro secoli e qualche manciata di anni dopo in una sola notte il sisma del gennaio 1968 rade al suolo la valle del Belice e buona parte dei suoi centri abitati e apre una terribile ferita visibile tutt’oggi: le case di Santa Margherita erano scomparse in stessa quella notte.

Ancora i segni con i ruderi visibili dietro la “Palazzata”, una sequenza di abitazioni restaurate o ricostruite che chiude la piazza si arriva seguendo le indicazioni che campeggiavano un po’ ovunque. All’opposto il bellissimo prospetto di Palazzo Filangeri Cutò la dimora che ospitò per anni il giovane Tomasi di Lampedusa e oggi sede del Municipio e del Parco Letterario del Gattopardo.

E’ questo senza dubbio l’emblema di quel riscatto cittadino legato all’orgoglio del suo illustre passato, che grazie alla letteratura e alla cultura rivive dopo la ricostruzione. Attraversando l’arco di ingresso si viene proiettati dentro la suggestione del luogo che si amplificava con la visione del secondo bronzo dello scrittore bambino seduto su un muretto, come ad attendere i visitatori dentro quella che era stata la sua amata dimora di campagna.

Un racconto accompagna i visitatori dentro le sale del museo, illustrando quello che è rimasto e recuperato con la ricostruzione, così come tutto quello che era legato al romanzo e al suo autore. Ci si immerge nelle suggestive atmosfere create dall’allestimento museale dedicato al romanzo e al suo autore animato da luci, musica, dialoghi registrati e raffigurazioni in statue di cera dei protagonisti dell’opera letteraria.

Oggetti, lettere, appunti, immagini d’epoca  e documenti tra i quali  la copia autentica scritta a mano e quella dattiloscritta del “Gattopardo” custoditi dentro teche illuminate mentre un posto a parte occupava la preziosa Olivetti posseduta dallo scrittore. La registrazione della voce mentre legge i passi di Lighea e la ricostruzione scenica con statue di cera dei protagonisti, completano l’atmosfera. All’esterno il prezioso e giardino di alberi secolari che circondava il palazzo, lasciava stupefatti dell’opera botanica di inestimabile valore.

Lasciato il palazzo c’è la vicina Chiesa Madre, o meglio a ciò che ne rimane, trasformata in Museo della Memoria: l’antica Matrice seicentesca  voluta da Alessandro Filangeri e impreziosita con gli stucchi serpottiani fu quasi completamente distrutta portandosi via tutta la bellezza del barocco dei marmi, dei decori e della meravigliosa facciata con i due preziosi campanili, che campeggiava sulla piazza accanto a quella del Palazzo.

Prima di andare via ci si affaccia al belvedere per  contemplare la bellissima vallata che nel tardo pomeriggio sembra illuminata da una luce iridescente sul cielo terso, dal “Café House” il tempietto a pianta circolare di tardo ottocento, che insieme alla statua di Flora vengono descritti malinconicamente dallo stesso Tomasi di Lampedusa in I ricordi d’infanzia.

Ma per andare ai sapori locali e alla tradizione gastronomica si può proprio restare entro il palazzo Cutò e, prima di arrivare sul posto, prenotare una degustazione o anche un pranzo dentro una della sale dove è stata allestita la locanda “du zuu Minicu”, con un menù dedicato ai sapori del territorio ai piatti della tradizione locale che raccontano la storia rurale legata ai prodotti della terra, al vino e dell’olio che steso sul pane fresco di antiche farine macinate a pietra ha il sapore intenso, tipico di queste olive, che si unisce all’acidulo di erba e latte fresco della famosa Vastedda del Belìce.

Un formaggio unico nel suo genere per il gusto e per la lavorazione, a latte crudo, rappresenta tutto il patrimonio storico-culturale locale, ottenuto da latte di pecora allevate solo sul territorio da pochi allevatori che ne continuavano la tradizione casearia.

www.ilparcogattopardo.it