In Sicilia si stima uno spreco ogni anno di 400mila tonnellate di alimenti. I protagonisti in negativo sono distribuiti equamente tra famiglie e operatori economici e tra questi ultimi il settore prevalente è l’agricoltura, responsabile per oltre il 35%, mentre distribuzione e ristorazione concorrono rispettivamente per il 10% e il 5%. L’industria è la più “virtuosa” concorrendo per un fisiologico 2%.
Si calcola che ogni famiglia ogni settimana spreca cibo per un valore settimanale di circa 5 €. Questi il quadro relativo allo spreco alimentare in Sicilia con annessi dati e statistiche enunciati dal professor Giuseppe Mancini, docente dell’Università di Catania e presidente dell’Associazione Nazionale di Ingegneria per l’Ambiente e il Territorio.
Una vicenda che necessita provvedimento che possano attivare azioni di contrasto per fare da argine a una problematica che sempre più riverste i connotati di vera emergenza sociale. Si tenga conto che l’Onu ha voluto inserire tra i 17 obiettivi dell’Agenda 2030 per lo sviluppo sostenibile quello di garantire “modelli sostenibili di produzione e di consumo” per “dimezzare lo spreco pro-capite globale di rifiuti alimentari nella vendita al dettaglio e dei consumatori e ridurre le perdite di cibo lungo le filiere di produzione e fornitura, comprese le perdite post-raccolto”.
Oggi infatti lo spreco alimentare si traduce in spreco di risorse naturali e inquinamento. Quasi il 4% della superficie agricola nazionale e circa l’1,5% dei volumi irrigui a livello nazionale vengono utilizzati ogni anno per coltivare prodotti che poi, sotto forma di scarto alimentare, diventeranno rifiuti. Solamente una piccola parte di questi prodotti, meno del 5%, viene donata a chi ne avrebbe davvero bisogno, grazie anche all’opera del Banco Alimentare, che grazie alle sue due sedi siciliane di Catania e Carini, nel 2020 ha recuperato, raccolto e ridistribuito quasi 13mila tonnellate di alimenti per sovvenire alle esigenze di circa 240mila siciliani.
“Un nuovo modo – ha detto il sindaco Roberto Gambino di Caltanissetta – per approcciare la povertà, che non poteva non vedere coinvolto il Comune nisseno, che si trova impegnato giornalmente ad affrontare questa emergenza. Nei prossimi mesi un’idea progettuale insieme alle regione sarà condivisa da parte dell’Amministrazione per dare dignità ai nuovi poveri con un progetto ad hoc”.
Il resto diventa spreco alimentare e quindi rifiuto che determina rilevanti esigenze di gestione e relativi impatti, economici e ambientali. Il 20% del rifiuto urbano residuo è costituito da scarto alimentare e di questo circa un terzo sarebbe ancora edibile. Di circa 100 chilogrammi di rifiuto alimentare, almeno 30 (pane, ortaggi e frutta su tutti) sarebbero stati evitabili attraverso un comportamento più consapevole e più sostenibile.





