Antonio Fricano, presidente del consorzio Bia

Il mercato del limone in Sicilia sempre più si connota come un modello di business maturo e redditizio per tutta la filiera, dai produttori, ai confezionatori e a tutto l’indotto. Un dato consolidato negli ultimi 12 anni e che nella stagione del coronavirus ha registrato un incremento a conferma di un dato strutturato. In Sicilia si può ripartire mutuando i principi, valori e metodi organizzativi della coltivazione e della commercializzazione del limone.

Il limone è storicamente il simbolo della Sicilia e, proprio per questo, possiede delle qualità che si possono trovare solo negli agrumeti dell’Isola. Questa eccellenza non sempre si è tradotta in redditività e il mercato del limone ha subito per decenni un deprezzamento e una crisi che appariva irreversibile. Le crisi sul mercato internazionale sono state cicliche nell’arco di un secolo e perlopiù circoscritte negli anni corrispondenti ai due conflitti mondiali. Negli anni ’70 del’900 inizia il declino lento ma inesorabile che si protrae per circa un quarantennio. La svolta avviene nel 2008 , dal prezzo medio di 25 cent/Kg si passa ai 53 cent Kg, fino ai 93 cent del 2016 e quest’anno tenuto conto del prezzo elevato della stagione invernale si supererà la considerevole cifra di 1 euro Kg.

A spiegarci le ragioni di questo cambio di passo e le ragioni di un successo e un consolidamento nelle preferenze e nelle richieste dei consumatori europei che sempre più richiedono il limone siciliano è Antonio Fricano presidente di  Bia , consorzio agricolo tra produttori di ortofrutta biologica nato nel 2011 e che oggi conta 11 aziende associate. Tra queste c’è Apo Sicilia, realtà siciliana guidata dallo stesso Fricano e specializzata nella produzione agrumicola con 400 Ha coltivati a Limoni.

Quale è stata la molla che sancito la rinascita del limone siciliano nelle preferenze dei consumatori italiani ed europei ?

In Italia e in Europa continentale, il consumatore ha acquisito la consapevolezza della qualità dle limone siciliano e lo ha tradotto in maggiore richiesta e consumo determinando un incremento delle vendite con la Grande distribuzione organizzata che sta dando attenzione al prodotto. D’altronde il limone è l’agrume biologico per eccellenza, l’ambasciatore del bio, ha una valenza che io definirei omeopatica: magari non ce ne rendiamo conto ma lo usiamo in tutte le sue parti, dalla buccia al succo, nelle più disparate occasioni di consumo. Una cosa che non ha eguali in ortofrutta. Con i limoni riusciamo a lavorare per undici mesi l’anno, da ottobre ad agosto, con diverse varietà e, ovviamente, diverse quantità disponibili, ma possiamo garantire una fornitura costante”.

Che contributo hanno dato i produttori di limone in quest’innovazione di processo?

I produttori di limoni, capita l’importanza dell’associazionismo, hanno realizzato interessanti ed attivi distretti produttivi che vantano anche l’acquisizione del marchio di origine europeo della Indicazione Geografica Protetta, meglio nota come IGP; oggi ad esempio il Consorzio IGP del limone di Siracusa, il più grande in Europa conta 163 consorziati 33 confezionatori 1450,91 ha ettari di produzione e il 32% produzione nazionale offrendo un prodotto positivamente standardizzato con elevati livelli di garanzia offerte al consumatore finale.

Gli operatori della commercializzazione che valore aggiunto hanno dato alla filiera?

L’obiettivo del consorzio BIA è di entrare in nuovi mercati che siano attenti all’eticità e alla trasparenza della filiera. Per esempio il regolamento e i disciplinari di produzione sono pubblicati sul nostro portale, perché non abbiamo nulla da nascondere e crediamo nella trasparenza pura e gli operatori della Grande distribuzione percepiscono questo valore aggiunto: oltre alla qualità organolettica, estetica, alle certificazioni, ai percorsi di filiera, giochiamo anche la carta della trasparenza”.

Il sistema Sicilia, su un prodotto simbolo come quello del Limone, esce vincentegrazie a un’innovazione di processo che ha visto protagoniste tutte le componenti della filiera, dai produttori, ai confezionatori, fino alla grossa distribuzione. Una riforma graduale che ha avuto come capisaldi, l’attuazione di una reale cooperazione e associazione tra i produttori, l’inversione di rotta delle politiche d’intervento dell’Unione Europea che, non casualmente, dal 2007 conferisce il sostegno direttamente ai produttori, l’utilizzo delle nuove tecnologie della comunicazione, l’utilizzo delle certificazioni di qualità,che consentono l’accesso ai mercati europei ed il mantenimento di quote di mercato, il ricambio generazionale nelle figure gestionali e infine maggiori servizi ai produttori, nel tentativo di mantenere vivo quel tessuto di piccoli e medi proprietari che ancora coltivano, contribuendo a mantenere l’equilibrio e il presidio agro-ambientale e paesaggistico del territorio siciliano, evitando i processi di abbandono. Una buona pratica che andrebbe estesa ad altri comparti dell’economia isolana.