Riposto era il porto di riferimento dell’Etna: è li che – qualche decennio indietro – il vino si ripostava per essere imbarcato nelle navi. È qui che il mar Jonio riflette in tutto il suo splendore ‘A Muntagna – l’Etna – come la chiamano i suoi figli.

In zona Carruba – proprio a Riposto – il Birrificio dell’Etna ha il proprio impianti di produzione realizzato nel 2017. In realtà, il progetto Birrificio dell’Etna inizia nel 2013 quando Delfio Faraci e Leo Biasi, amici e soci, mettono in commercio – producendo in conto terzi – alcune loro etichette.

Oggi la struttura di produzione è una delle meglio organizzate in Sicilia: vanta una sala cotta da 1000 litri, 6 fermentatori troncoconici, una imbottigliatrice isobarica, magazzini temperati. Un progetto ricamato sulla volontà di creare un birrificio funzionale e all’avanguardia. «Il nostro è un progetto totalmente autofinanziato» orgoglioso mi disse Delfio la prima volta che andai a visitare il nuovo birrificio.

Il nome, come la linea di produzione, manifesta un grande legame con il territorio. Tutti sappiamo che il terroir nelle birre non è il rapporto come vino e territorio. È il mastro birraio – in realtà qui siamo al cospetto di una donna, Sara Provenzano – che trasferisce il suo segno distintivo, un po’ come uno chef ad un piatto.

Delfio e Leo hanno voluto sin da subito sottolineare la loro sicilianità, il loro essere etnei: pistacchio verde di Bronte DOP, buccia di arancia rossa amara e limone siciliano, mostro di Nerello Mascalese (il vitigno principe del Vulcano) e il grano antico siciliano Petrasacchi sono alcuni degli ingredienti che vengono usati in produzione in aggiunta ai malti, luppoli e lieviti selezionati. A fare soprattutto la differenza nelle birre è l’acqua – presente per un 85-90% – che nel caso specifico viene da una fonte che ha origine nel vulcano e che dona ai prodotti proprietà oligominerali eccellentiper cui non necessitano di impianto osmosi.

Nel 2019 sono stati prodotti e venduti circa 80.000 litri di birra nelle due linee di produzione: una rivolta soprattutto alla ristorazione come la scelte del packaging suggerisce, ‘Classica’ che prevede la Juno (Blanche), Ulysses (American Pale Ale), Ephesto (Belgian Dubbel), Polyphemus (Italian Grape Ale), Heracles (Blond Ale), Prometheus (Imperial Stout) Hera, l’altra ‘linea Ciclope’ ad oggi presenta una Blanche, un’APA e una Belgian Dubbel che differiscono – oltre per la scelte di bottiglie ed etichette – per l’attenuazione di corpo e abbassamento della gradazione alcolica.

Da provare la premiata Ulysses con un terzo posto nella categoria 11 del prestigioso concorso nazionale “Birra dell’anno” (2145 birre iscritte e 304 birrifici partecipanti ndr), la Prometheus (Imperial Stout) con un piatto di pasta con i ricci e la Polyphemus.
Quest’ultima, è una Italian Grape Ale che viene prodotta unendo al mosto di birra il mosto d’uva da Nerello Mascalese. Il color rubino scuro e la bianca schiuma fine lasciano posto alle sensazioni olfattive: il ricco bouquet di profumi di complessa eleganza del Nerello Mascalese richiamano le note di frutti rossi come ciliege, fragole e uva sultanina. Il tutto armonizzato dalle note di caramello e il floreale. L’ingresso dolce – ricorda una marmellata di frutti di bosco – viene accompagnato da un leggero acidulo che ne armonizza il gusto. Il finale, tendenzialmente secco richiama il vino.

Suggerito l’abbinamento a formaggi stagionati locali.