Il paesaggio di questa parte della Valle del Belice, quella appena dopo Palermo, superata la Valle dello Jato, varia con l’altezza dei rilievi che cambiano livrea a seconda delle colture e della vegetazione che d’estate alterna colori e prodotti.

Il lago artificiale della ex diga Garcia, oggi intitolata alla memoria di Mario Francese, scintilla sotto il sole mentre le sagome bianche e pezzate del bestiame si aggirano immerse tra i campi gialli mietuti da poco, dove le stoppie sono il ricordo delle spighe appena trebbiate.

Le balle di fieno arrotolate su se stesse, sono state lasciate al sole in attesa di essere trasportate dove le aspettano stalle per dimorare fino a quando non verranno srotolate a nutrire il bestiame. Passandoci in mezzo il paesaggio assume carattere quasi irreale, la luce è abbagliante fin da primo mattino, il cielo terso e di un azzurro incombente. C’è un posto nascosto, sembra quasi inarrivabile ma da scoprire: il territorio di Roccamena, sconosciuto paese nei dintorni del quale si annidano piccoli tesori a cielo aperto.

Dalla strada Statale 624 Palermo/Sciacca si accede alla deviazione per Roccamena e ad appena pochi chilometri appaiono dal nulla, immersi nella vegetazione della campagna dei vigneti e degli ulivi due costruzioni che mai ti aspetteresti.

Da un sentiero appena visibile si scende a sinistra e appare così, addormentato quanto imponente il ponte Calatrasi detto anche “ponte del diavolo” edificato nel 1160, che con la sua unica campata a schiena d’asino, collega le due sponde di uno dei due rami del Fiume Belice, dove anche d’estate l’acqua è scrosciante e la vegetazione di canne e oleandri rigogliosa. Puoi andare sotto e restare li sovrastato dall’arco che ruggisce sotto il cielo mentre le nuvole ti passano sulla testa gonfiate dalla brezza che sale dalla costa lontana. La suggestione è assicurata.

Da li si entra più in basso nel vecchio mulino seicentesco, del quale rimangono le mura possenti, che disegno le stanze come dovevano essere, resti dei forni ma anche della macine e degli  ingranaggi, che venivano mossa dalla caduta delle acque del fiume convogliate da un piccolo acquedotto. Leggende non ne mancano: quella del “granchio d’oro” e della “fata Faranfusa” e che il ponte, eretto in una sola notte, fosse stato in realtà opera degli spiriti, detti anche “fati” o diavoli.

Sulla rocca sovrastante il “monte Maranfusa” rimangono i pochi resti dell’antica fortezza araba del castello di Calatrasi, citato dal geografo Idrisi – autore del famoso Libro di Ruggero, che lo descrive come «castello appariscente e fortilizio primitivo e valido da farvi affidamento…», oltre ad un ara archeologica collegata la piccolo antiquarium che si trova nel paese vicino, Roccamena appunto, visitabile su richiesta e sempre con prenotazione se possibile.

Per mangiare e dormire, nel circondario c’è l’azienda agrituristica Ponte Calatrasi, edificato su una costruzione del XII secolo, una antica masseria gesuitica, dove potere trovare ospitalità con camere e buon cibo locale, piscina attrezzata che merita una sosta per completare un viaggio dentro uno dei cuori battenti appena dietro Palermo.