Si stima che tra qualche decennio la popolazione umana possa arrivare a superare i 10 miliardi di persone. La cosa allarma tutti i governi del mondo perché per sfamare le prossime generazioni occorrerà almeno il 60% di cibo in più. Dove reperire le fonti proteiche per soddisfare la nuova sfida alimentare? È risaputo che l’aumento del consumo di carne comporta potenziali rischi per la salute e pesanti costi ambientali, poiché i prodotti di origine animale hanno un impatto maggiore sul clima rispetto a quelli vegetali. Per produrre un chilo di proteine animali servono da tre a dieci di proteine vegetali e si emettono 36,4 chili di anidride carbonica, a cui si devono aggiungere i costi legati al trasporto degli animali e la relativa distribuzione.

Fagioli

Inoltre, i dati della FAO, per l’alimentazione e l’agricoltura, rivelano, che la produzione di lenticchie o piselli richiede un consumo di 50 litri di acqua per chilo. Al contrario, un chilo di carne di pollo ne richiede 4.325 litri, uno di manzo 13.000 litri. L’esigua risorsa idrica rende la produzione di legumi una scelta intelligente nelle zone aride e nelle regioni soggette a siccità. Per produrre un chilo di carne bovina occorrono ben 16 chili di grano e soia, si aggiunga inoltre, che l’energia consumata per generarla è dieci volte superiore a quella necessaria per dare vita alle proteine vegetali. Secondo la FAO, entro il 2050 si passerà dagli attuali 268 a 463 milioni di tonnellate di carne consumata nel mondo, una crescita del 173%, concentrata nei Paesi emergenti. Insomma, produrre carne sarà sempre più difficile per i costi ambientali ed economici da sostenere. E allora cosa fare? Una fonte proteica può essere recepita nei circa 1900 insetti commestibili che convivono sulla terra e di cui un numero di popolazione mondiale ne fa uso.

L’utilizzo degli insetti per sopperire al fabbisogno proteico

Gli insetti, con le loro qualità alimentari, sono il passato e saranno il futuro dell’alimentazione umana. L’autorizzazione dell’Unione Europea all’allevamento e al consumo di insetti indica una strada da percorrere per il futuro e dovremmo iniziare a considerarli una buona alternativa a carne e pesce. Cavallette fritte e larve di ape, grilli saltati in padella e cicale lesse, saranno questi gli alimenti con i quali confrontarci. Basta naturalmente fare ricerca in qualche pagina di storia per ritrovare il filosofo greco Aristotele che scriveva nella sua Historia animalium che le cicale hanno un ottimo sapore e sono uno spuntino di lusso; Plinio il Vecchio sosteneva che gli antichi Romani consideravano le larve di scarabeo una prelibatezza. La FAO sostiene che in 112 Nazioni al mondo, soprattutto in Africa, America Latina, Australia, Asia e Pacifico, cioè per circa 2 miliardi di esseri umani, gli insetti di circa 1.900 specie rappresentano una grossa fetta della dieta quotidiana. Ma la sorpresa non finisce qui perché molti ristoranti americani ed europei comprendono nel menù pietanze a base di questa classe di animali.

In Africa, Asia e America, ma anche in alcuni paesi europei vengono mangiati insetti

L’alternativa alle carni arriva dalle proteine vegetali. In termini di amminoacidi, due scodelle di pasta e fagioli corrispondono a 70 grammi di carne. Ma l’impatto dell’allevamento, rispetto a quello della coltivazione di legumi, in fatto di sostenibilità è completamente diverso, e sbilanciato a favore dei secondi. Peccato però che negli ultimi 15 anni il tasso di crescita della produzione di legumi non abbia saputo tenere il passo con la crescita della popolazione e dei consumi: secondo la FAO, tra il 2000 e il 2014 la popolazione mondiale è aumentata del 19%, mentre la disponibilità di legumi procapite è cresciuta solo di 1,6 chili all’anno.

Un piano per lo sviluppo delle proteine vegetali

Per sopperire a questi lunghi ritardi, il commissario all’Agricoltura Phil Hogan, alla Conferenza di Vienna del mese di novembre del 2018, ha presentato il Piano europeo per lo sviluppo delle proteine vegetali. In sostanza, la Comunità Europea ha cominciato a dichiarare guerra alla carne e a scegliere la via delle proteine vegetali. Da considerare inoltre che l’Europa è troppo dipendente dalle importazioni di legumi dal resto del mondo, sia quelli destinati all’alimentazione umana, sia quelli per i mangimi animali, ed è quindi necessario aumentarne la produzione interna, per venire incontro alle esigenze dei consumatori di avere un cibo più sostenibile e più salutare. Per produrre più legumi servono più ricerca e più supporto tecnico agli agricoltori: i fondi per questo potranno essere presi da Horizon 2020, dal nuovo Horizon e anche dalla Pac ha spiegato Silke Boger, uno degli alti funzionari del DG Agriculture inviata in giro per l’Europa.

Lenticchie

In Europa la classifica dei produttori di legumi vede al primo posto la Francia, con 788.000 tonnellate all’anno. Ma non rappresenta che l’1% delle produzioni mondiali di legumi; al primo posto, nel mondo, c’è l’India, dove viene coltivato oltre il 17% di tutti i legumi. Al secondo posto troviamo il Canada che negli ultimi anni, ha lanciato un suo piano per lo sviluppo delle proteine vegetali. Il governo federale di Ottawa ha messo sul piatto 950 milioni di dollari canadesi in cinque anni per dare vita a un supercluster dei legumi. Un’alleanza fra agricoltori, imprese e centri di ricerca per trasformare una commodity in un prodotto ad alto valore aggiunto: non più il semplice export di ceci e lenticchie, ma la produzione di snack, farine e alimenti complessi con cui invadere i mercati internazionali e conquistare i consumatori consapevoli. Nel 2050, per mantenere lo stesso livello di disponibilità pro-capite, sarà necessario produrre nel mondo 110 milioni di tonnellate di granella. I legumi, quindi, sono un’alternativa valida alle più costose proteine di origine animale, e questo li rende ideali per migliorare le diete nelle parti più povere del mondo. Oggi, nell’epoca in cui la carne è uno dei cibi più consumati nelle nostre case, è necessario riscoprire il valore dei legumi, rivalutarli e inserirli nella dieta quotidiana.

In Italia, nell’ultimo trentennio, le leguminose da granella hanno subito una forte diminuzione, di eccezionale gravità, considerato che non disponiamo di fonti proteiche, animali vivi e carni macellate, così come di granella di proteaginose e relativi derivati per l’alimentazione, sia degli uomini, sia degli animali. Tra le cause che hanno determinato il loro assottigliamento di consumo vanno ascritte il cambiamento delle abitudini alimentari che ha favorito la diffusione di coltivazioni di poche varietà di legumi, adatte all’industria (pisello e fagiolo per consumo fresco, o come prodotti di IV gamma) con conseguente contrazione della variabilità genetica; la mancanza di meccanizzazione delle produzioni, la scomparsa di equini, che della fava erano i maggiori utilizzatori; la riduzione dei consumi per il miglioramento del tenore di vita degli italiani, che ha consentito il ricorso ad alimenti stimati più “nobili”; la tradizionale reputazione di “carne dei poveri”, ma anche le oggettive difficoltà opposte dalla necessariamente lunga cottura, incompatibile con le esigenze delle famiglie moderne le cui donne lavorano quasi tutte e naturalmente i costi di produzione elevati favorendo nei paesi industrializzati l’abbandono delle coltivazioni.

Piselli

Le motivazioni addotte non sembrano tuttavia sufficienti a spiegare integralmente quanto si è verificato a carico delle leguminose da granella per diverse ragioni: perché nessun aumento delle rese e nessuna meccanizzazione potevano verificarsi in assenza di qualsiasi miglioramento genetico ed agronomico, cui la ricerca in Italia non ha rivolto quasi alcuna attenzione; perché siamo, frattanto, diventati importatori di notevole significato di granella di leguminose per uso alimentare; perché siamo diventati anche cospicui importatori di soia per l’alimentazione del bestiame, cui la fava avrebbe potuto, in sia modesta misura far fronte. Nella situazione attuale, una oculata ripresa della coltivazione di queste leguminose appare auspicabile a fini diversi: per aumentare la fonte per l’estrazione industriale di proteine, di cui si accusa un crescente bisogno.