Scriveva Renè Bazin che: “Niente racconta meglio di un carretto l’animo dei siciliani, racconta più di venti libri insieme”. Aveva ragione lo scrittore francese. Infatti, il carretto è un museo in movimento, dove diversi artisti estrinsecano la loro arte, pur frammentata, mettendo in mostra il loro sapere culturale. Il carretto è un monumento che racconta: storia, folklore, pittura, intagliatura del legno, del del ferro, ecc. ma è anche l’emblema di un passato.

Ma è anche orgoglio di tante comunità che con il carretto hanno convissuto, mezzo di trasporto che  ha consentito il trasferimento non solo di merci e derrate, ma anche di cultura e sapere.

Ogni carretto aveva la sua funzione e, pertanto, doveva rispondere a una sua funzione d’utilizzo: fenaroli, (Fieno), furmintari (frumento), vinaroli (vino), rinaroli (rena), salinaru (sale) quest’ultimo carretto aveva le ruote più grandi per trasferire il sale dall’Isola di Mozia alla terraferma, ecc.

Oggi questo patrimonio materiale e immateriale si candida a patrimonio dell’Unesco. Il carretto insomma si è preso la rivincita, continua ad essere fulcro della tradizione e dell’identità di quest’Isola e che punta a diventare, così come l’Opera dei Pupi, patrimonio dell’Umanità.

Il museo d’Aumale di Terrasini dove si trova la più ampia collezione di carretti siciliani provenienti da ogni angolo dell’Isola è la sede di una serie di attività che mirano all’ambito riconoscimento e il suo Direttore Mimmo Targia costituisce il templare.

Ogni comunità, dove il carretto era presente, si sta organizzando per rafforzare con forza tale riconoscimento. A Lercara Friddi è nato quest’estate il polo museale del carretto.

Mario Liberto a Lercara Friddi con un carretto siciliano

Nino Mavaro, ricorda che a Lercara Friddi, esistevano circa 500 carretti, tutti patronali che venivano dati anche in affitto. Le famiglie proprietarie erano circa un duecento. Il carretto è stato un valido mezzo di trasporto e possedere un cavallo ed un carretto era segno di autonomia lavorativa e di buona condizione socio-economica. Succedeva che alcuni proprietari avessero svariati carretti, i più facoltosi ne possedevano circa dieci.

Accanto a questa “industria”, sorsero cooperative di carrettieri che si aggiudicavano delle grosse commesse, e “imprese” individuali; una di queste la gestivano i coniugi Giuseppe Tinnirello e Giovanna Di Salvo i quali disponevano di circa dieci carretti che affidavano a giovani, assegnando loro le destinazioni e la merce da trasportare e commerciare. In cambio ricevevano il salario di una giornata.
Questo modo di operare era facilitato dal fatto di disporre di un ampio complesso abitativo che consentiva il ricovero dei carretti, l’alloggio degli animali, la conservazione della biada e la fornitura dell’acqua e del vino. Il tutto supportato da un contabile.

Quando erano ancora in attività, non tutti i carrettieri lavoravano in proprio. Condizione necessaria per questo era il possesso di un capitale costituito da carretto e cavallo o mulo. Molti carrettieri erano alle dipendenze di un altro carrettiere, proprietario di più carretti, secondo diverse forme di retribuzione che andavano dal pagamento della giornata lavorativa al pagamento basato sulle distanze percorse o sulla pericolosità del percorso o ancora sul tipo di trasporto da effettuare. Non vivevano, in ogni caso, lo stato di indigenza che spesso caratterizzava la vita di quanti lavoravano nelle campagne, nelle saline o nelle miniere. Le merci trasportate dai carrettieri andavano dai prodotti esitati dal lavoro agricolo ai manufatti artigianali di provenienza urbana o ancora al materiale da costruzione (sabbia, pietre) o infine al letame. Non di rado i carrettieri trasportavano gruppi di lavoratori da un paese all’altro, accordandosi variamente per il pagamento.

Oggi tutto ciò si tenta di farlo diventare bene dell’UNESCO un riconoscimento giusto per bene che continua ad essere l’emblema della Sicilia.