La profonda crisi di prezzi nei mercati ortofrutticoli, del mese di giugno, con prodotti svenduti o letteralmente buttati al macero pone, soprattutto agli agricoltori siciliani, una riflessione riguardante la capacità delle aziende agricole siciliane nel saper commercializzare e promuovere i propri prodotti. Perché alcune note aziende agricole, soprattutto settentrionali, possono permettersi di pubblicizzare, ad esempio, le loro angurie mini sui più importanti media nazionali e, nel frattempo, i produttori del sud buttano le loro angurie? 

In un mondo sempre più globalizzato le idee, i marchi, l’organizzazione, la capacità di commercializzazione contano più di tutto, perfino più del prodotto in sé. 
Per far concorrenza alle angurie che arrivano dalle più svariate parti del globo devi puntare su un’idea vincente. 

Queste società creano un marchio riconoscibile. Hanno un’organizzazione invidiabile e, soprattutto, firmano contratti con le più importanti catene di distribuzione per vendere lì il loro prodotto. Lo spot poi, è la ciliegina su una torta ben fatta. Capite benissimo perché le nostre angurie diventino “invisibili“. I produttori del sud dovrebbero cercare di far proprio questo modello organizzativo. Creare coop e marchi è la “condicio sine qua non” per esistere e resistere. 
Piaccia o no, l’agricoltura di oggi è notevolmente distante dall’idea romantica della micro azienda a conduzione familiare del passato. 

Esser da soli e senza un’organizzazione significa finire nei mercati di serie b, c, d e lì si ragiona per centesimi e spesso neanche per quelli. Significa esser “mangiati vivi” da una filiera talmente lunga che poco o nulla lascia al produttore. Qui in Sicilia, in vaste aree, si ragiona pensando che che i colleghi siano i nemici e non straordinari alleati nella dura battaglia che ogni giorno si combatte.