Tra le sette regioni selezionate come idonee per ospitare il deposito nucleare nazionale rientra anche la Sicilia. In maniera particolareggiata sono stati indicati anche i Comuni interessati dell’Isola dove allocare il Deposito Nazionale dei Rifiuti Radioattivi: Trapani, Calatafimi-Segesta, l’area fra Castellana Sicula e Petralia Sottana, Butera.

La lista dei territori include oltre la Sicilia anche Piemonte, Toscana, Lazio, Puglia, Basilicata, Sardegna.

Questa indicazione ha ricevuto congiuntamente il nulla osta del ministero dello Sviluppo Economico e del ministero dell’Ambiente. Un operazione gestita dalla Sogin, la società a capitale pubblico e a responsabilità statale, a cui è stato affidato il compito di smantellare gli impianti nucleari italiani e di assicurare la messa in sicurezza dei rifiuti radioattivi. A completamento di una procedura attivata dal referendum del 1987, in cui gli italiani decisero di porre fine all’esperienza delle centrali nucleari. Dopo investimenti miliardari in lire, si è proceduto allo smantellamento delle 4 centrali di Latina, Trino, Caorso e Garigliano invece di continuare la gestione in sicurezza dell’esistente. Alla corretta gestione dei rifiuti radioattivi ci obbliga l’Unione Europea, sotto la minaccia di attivare la procedura di infrazione europea, tenuto conto che, attualmente, i rifiuti radioattivi sono allocati in una ventina di siti provvisori, che non dispongono dei requisiti di sicurezza.

Al netto degli obblighi europei e del senso di responsabilità delle singole regioni, rispetto ad adempimenti da assolvere, non vi è dubbio che qualora si dovessero identificare i siti siciliani per stoccare i rifiuti radioattivi, questo provocherebbe un danno d’ìmmagine alla nostra regione. Da anni si punta a costituire un capitale immateriale che vuole la Sicilia nell’immaginario del potenziale turista nazionale e internazionale, identificata come meta sicura, ambientalmente sostenibile.

A questo ha contribuito anche la svolta Green che vede la Sicilia ai primi posti in Europa in termini di terreni coltivati secondo i dettami dell’agricoltura biologica. Questa scelta farebbe il paio con le autorizzazioni rilasciate alle trivellazioni sulle coste siciliane, con il rischio di disastri ambientali che potrebbero essere letali per il mostro ecosistema marino e costiero. Forse sarebbe opportuna una riflessione della politica e della società civile siciliana congiuntamente alle associazioni ambientalistiche e di categorie di imprenditori e operatori che hanno puntato nella costruzione di una Sicilia a forte valenza turistica, in forte correlazione con una enogastronomia di territorio e un settore agroalimentare con una forte impronta di sostenibilità.

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