«Ogni mio piatto è legato a una storia, a un momento ben preciso della mia esperienza in cucina. Certamente nel tempo sono stati cambiati, migliorati e adattati. Mi piace ricordare l’idea e il momento che li ha generati, l’aneddoto e le compagnie che hanno dato vita a quanto sarà servito nel piatto».
Siamo ad Acitrezza, borgo marinaro del catanese in cui secondo la leggenda Polifemo accecato lanciò i faraglioni nella speranza di colpire Ulisse e il suo equipaggio in fuga. Una borgata di pescatori in cui il mito incontra la letteratura: siamo anche nella terra dei Malavoglia. E proprio qui dove la narrazione verghiana della famiglia dei pescatori di patron ‘Toni incontra la mitologia del ciclope – sul lungomare – che Simone Strano, Chef con la Coppola, ha trovato dimora.
Trentanovenne, executive chef del Grand Hotel “Faraglioni” di Acitrezza, Simone Strano rappresenta una delle proposte più genuine all’ombra del vulcano.
Innamorato della moglie e del figlio – basta guardarlo negli occhi quando ne parla – dopo anni di esperienza in Italia e all’estero in hotel cinque stelle e ristoranti stellati, l’amore per la sua terra l’ha riportato a casa. Un’esperienza ai fornelli che inizia ventiquattro anni fa e che sabato 19, in una serata organizzata con un menù ad hoc, ha ripercorso le esperienze più significative dell’ultimo decennio.
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Colleghi, amici, clienti e stampa accolti dalla Montanara siciliana, alga mauro, pomodoro siccagno e cipollotto in abbinamento con la rivisitazione del cocktail martini studiata da Andrea Mannelli bartender de Grand Hotel “Faraglioni”.

Dalla cucina di casa all’Istituto alberghiero di Giarre, l’esperienza di Simone si caratterizza per la cura e valorizzazione della materia prima. «I piatti della mia infanzia erano raccolti nell’orto di casa. Il pane, la pasta, le conserve venivano prodotti da mia madre, così come l’olio. Sono stato educato a comprare l’essenziale, a valorizzare la materia prima e prendermene cura: poter cucinare a km0 raccogliendo quanto si produce è un grande privilegio» racconta Simone per introdurre il trittico di antipasti: Arancino di alici (senza riso), Baccalà in crosta nera con lamponi e puntarelle, Tartelletta con tartare di manzo, spuma di ragusano e jus al pepe nero in abbinamento scelto dal resident sommelier Filippo Mangano, il Trento doc dosaggio zero Revì dotato di un’importante struttura e complessità aromatica, nonché piacevolezza che un metodo classico di montagna concede al calice. In alternativa, calice ampio per Musmeci, l’Etna rosso riserva 2016 di Tenute di Fessina servito in magnum.

Il menù studiato per ripercorre il viaggio negli ultimi dieci anni della carriera di Simone Strano, è stato un crescendo: un grande piatto come la patata gomitolo con foie gras, mandorle e tartufo ha stabilito le giuste aspettative per i Cappelletti cacio e pepe, cremoso di cavoliceddi, gambero rosso e limone acidulo. Una cucina – quella di Simone – che entusiasma perché nitida: il palato riconosce tutti gli ingredienti utilizzati che si compongono senza pasticciare i sapori.

Non solo alchimia negli ingredienti, a fare di Simone uno chef genuino sono anche le giuste tecniche di cottura e la creatività. È il caso della Guancia di manzo agli agrumi, spuma di patate, ortaggi di stagione e caffè che lascia spazio alla celebre Zuppetta ai frutti rossi speziata, gelato allo yogurt di capra, crumble di pistacchi e agrumi, piatto nato in Svizzera nell’esperienza che ha visto protagonista anche l’amico chef stellato Giuseppe Raciti.

Genuino non solo nei piatti: «lo chef è parte di una squadra» che per Simone va oltre la brigata di cucina e arriva in sala con il Meitre e tutto il team d de Grand Hotel “Faraglioni”. Una bella squadra su cui la famiglia Leonardi ha puntato per accogliere al meglio i propri ospiti.





