La liquoristica affonda le radici nel medioevo arabo del 700 d.C. quando vennero gettate e messe a punto le basi della conoscenza fitoterapica ed erboristica e della
distillazione di fiori e piante, con la quale si ottennero essenze ed oli profumati.

La scuola di Salerno, fondata nel 1100, e le scuole liquoristiche europee sono le depositarie del sapere dell’infusione, che mantiene però le caratteristiche di un elixir amaro curativo, dove il piacere gustativo non è uno dei valori prioritari. Lo scopo iniziale della produzione di liquori o elixir era la cura di patologie, alcune anche molto gravi. Per il vaiolo si somministrava un infusione di pinoli, per la cura dei vermi intestinali rosmarino e salvia, mentre per i dolori gastrici si utilizzava la menta. Manzoni ne “I Promessi sposi” ci dice che nei lazzaretti veniva elargita una “dieta spiritosa” come unico rimedio alla peste.

Bisogna aspettare il Rinascimento Italiano per avere uno sviluppo dei liquori a scopo ludico e riuscire a portarlo al ceto meno abbiente, precisamente quando Caterina de’ Medici inizia la produzione di “liquori dolci di benvenuto”, grazie al perfezionamento del sistema di distillazione, aumentando resa e produzione con abbassamento dei costi. I liquori possono essere prodotti con tre sistemi differenti: per distillazione, per infusione, oppure l’insieme dei due sistemi. La tradizione liquoristica siciliana si sviluppa intorno al 1600 alla corte dei Viceré, che con feste e ricevimenti sfarzosi offrono ai loro ospiti e commensali gli elisir più pregiati, preparati dai frati minori di Caltagirone. Tra tutti i liquori prodotti artigianalmente, quello più raffinato e adatto ad accompagnare le ricche cene nei saloni reali era il rosolio, il più prelibato era preparato con una macerazione in alcool di petali di rosa.

Fra i liquorifici storici della Sicilia spicca per eccellenza il marchio Tutone con il suo “Anice unico”.

L’invenzione dell’acqua aromatizzata all’anice (Zammù) si deve agli arabi. La storia del famoso marchio inizia nel 1813 a Palermo a piazza Rivoluzione, dove la famiglia Tutone gestiva un chiosco frequentato dall’aristocrazia palermitana, un luogo ideale per fermare le carrozze e assaporare un bicchiere di acqua e zammù.

La famiglia nasconde gelosamente da sei generazioni la ricetta originale, trascritta in bella grafia su un quadernetto con copertina nera e fogli a quadretti. Il cocktail che prepareremo oggi in casa vede come protagonista proprio l’Anice unico Tutone, unito alla marmellata di mandarino tardivo di Ciaculli inserito tra i presidii Arca del gusto di Slow food e al succo di limone verdello di Bagheria. Un cocktail dissetante, gustoso e ricco di storia.

Ingredienti:

  • 7/8 gocce di Anice unico Tutone
  • 3 cucchiaini di marmellata di mandarino di Ciaculli
  • Il succo di 1 limone Verdello
  • 200 ml di acqua

Preparazione:

  1. Frulliamo l’acqua con una decina di cubetti di ghiaccio per 20 secondi, versiamo il succo di Verdello filtrato, la marmellata e l’anice. Aggiungiamo altri 5 cubetti di ghiaccio e diamo una vigorosa frullata per un minuto circa.
  2. Il risultato che otterremo sarà un sorbetto pieno di sfumature gustative, acidulo e dolce allo stesso tempo e con un pungente aroma di zammù.
  3. Per il suo tasso alcolico bassissimo lo si può bere insieme a tutta la famiglia e se proprio desiderate renderlo più alcolico aggiungete nel frullatore al posto dell’acqua, o in aggiunta, un distillato a vostro piacere purché non sia di gusto troppo invadente rispetto agli ingredienti principali.
  4. Io l’ho provato con l’aggiunta di Palinka romena (di cui vi parlerò nella prossima ricetta…).