C’era una volta è l’incipit con cui si iniziavano le favole ma per questa che è una storia vera, potremmo dire c’era una volta e c’è ancora: U’curtigghiu.

Accade così che il piccolo cortiledi via Rizzo a Petralia Soprana – borgo montano medievale nominato più bello d’Italia nel 2018 – nel cuore dell’appennino siciliano delle Madonie, si rianima e torna a vivere grazie a Giovanna Gebbia e Ileana Arceri, imprenditrici e pioniere del comparto turistico madonita, arrivate dalla città e incrociatesi nella stessa ricerca di nuove radici trovate qui e condivise in questo spazio circoscritto, dove abitano affacciate dirimpetto l’una all’altra.

Un progetto di recupero e di sviluppo territoriale che dopo anni di abbandono e spopolamento, ha l’obiettivo di trasformare questo luogo in una destinazione turistica da visitare, mantenendo la sua naturale funzione storica e sociale di aggregazione e condivisione, di relazione e svolgimento di attività utili alla piccola comunità.

A pochi passi dalla Chiesa di San Teodoro eretta dai Normanni quando Petralia Soprana era l’antica Batraliah islamica, il vicolo Rizzo è in realtà una dolce scalinata a bassi gradini alla fine della quale si apre il cortile che anni addietro era il centro di una realtà condivisa, dove la vita era scandita da quegli atti quotidiani dei quali oggi rimangono i racconti e i ricordi.

Un’esistenza fatta di scambi e di reciprocità dove si cresceva insieme, si praticavano i mestieri e si scambiavano le notizie, si lavavano i panni sbiancati con la cenere e si impastava il pane, si facevano i biscotti tradizionali delle cucchie di Natale della signora Grazia che abitava la casa dove ora vive Giovanna, si trovavano i grandi “malaseni” – magazzini di deposito in gergo dialettale – attentamente recuperati e restaurati da Ileana che li ha trasformati nella sua abitazione, dedicata anche all’ospitalità.

L’arrivo di queste due ritrovate abitanti ha innestato il contemporaneo di una vita moderna su quella passata, dando una svolta ad un luogo tornato ad essere motivo di incontro e di partenze, ma anche scenografia di una narrazione.

Qui l’allestimento è già un racconto che sventola dai fili delle due case ai quali sono stati appesi panni colorati che si animano al primo alito di vento e restituiscono la visione storica di uno degli atti quotidiani delle donne del cortile, riferita al lavaggio della biancheria.

Le piante ornamentali e fiorite riposte davanti agli ingressi hanno accanto i vasi delle erbe aromatiche da sempre usate nella gastronomia tipica locale, presenti nella cucina di Ileana che è appassionata gastronoma e ricercatrice di antiche ricette, che usa esclusivamente prodotti locali presi da agricoltori e produttori del territorio, nel vero concetto del Km 0.

A questo si unisce la narrazione del ricordo con la precisa volontà di ridare senso alla memoria mettendola in mostra, trasformando parte delle murature in una esposizione di parole che racconta la cultura popolare del borgo attraverso detti, versi, indovinelli scritti su cartoncini come un vero itinerario da leggere.

Una piccola banca dei messaggi è messa a disposizione dei visitatori e permette di depositare i loro pensieri e le impressioni di viaggio come, al contrario, prenderne uno a loro volta da portare via come ricordo del loro passaggio nel borgo.

Un patrimonio non statico ma vivo dove il cortile diventa meta nella meta, destinazione nella destinazione, luogo da visitare e da vivere dal quale partono anche itinerari di scoperta legati alla identità del borgo, a quell’artigianato che ha lasciato tracce evidenti.

Partendo dal cortile si può andare alla scoperta degli abbeveratoi e delle piccole fontane che oggi sono ancora attive e sparse per i vicoli, i battenti dei portoni e i fregi scolpiti a mano, i lavori in ferro battuto delle antiche balconate, seguendo mappe messe a disposizione dei visitatori che possono muoversi dentro i vicoli e ritornare al punto di partenza.

Ileana e Giovanna hanno colto il valore e l’importanza di un patrimonio sociale oltre che culturale, ripensando il cortile come una entità a partire dalla sua duplice etimologia dialettale che intende sia un luogo fisico, U’curtigghiu appunto, ma anche uno sociale del fare “un curtigghio” una precisa modalità di parlare e di scambiarsi informazioni in senso popolare.

Al loro progetto di ospitalità condotto nelle rispettive case hanno unito una visione più ampia che parte delle risorse umane, paesaggistiche e culturali di Petralia Soprana ma anche in senso più generale delle Madonie, per realizzare una visione di accoglienza e fruizione turistica davvero relazionale, che concretizzi quello sviluppo locale costante tanto auspicato.

Loro sono partite da qui, da queste antiche pietre che parlano di passato e memoria ma meritano un futuro certo e solido che possa essere continuità e, perché no, l’inizio e l’esempio per chiunque voglia portare altro valore aggiunto, nuovi progetti e nuova vita nel borgo di Petralia Soprana.

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