La produzione di grano siciliano registra un crollo che le organizzazioni agricole quantificano attorno al 50%.
Dietro la crisi non c’è soltanto il clima: da anni il grano viene pagato troppo poco rispetto ai costi di produzione e, purtroppo, c’è chi ha ridotto le semine o, addirittura, ha preferito non raccogliere.
Il dato è di quelli che impongono una riflessione che va ben oltre l’emergenza meteorologica. Coldiretti Sicilia denuncia un crollo del 50% della produzione, particolarmente pesante nelle province di Agrigento, Caltanissetta e Catania. Dalle campagne arriva contemporaneamente l’allarme della Cia: secondo le informazioni raccolte sul territorio, la resa del prodotto si attesterebbe attorno al 50%. Un raccolto, dunque, che in diverse aree appare sostanzialmente dimezzato.
Il clima, solo una faccia della medaglia
La prima spiegazione potrebbe sembrare scontata: il caldo eccezionale, le temperature elevate e una siccità che continua a mettere sotto pressione le colture dell’Isola. Fermarsi al clima, però, significherebbe raccontare soltanto metà della storia.
Il problema del grano siciliano è infatti diventato prima di tutto un problema di redditività. Gli agricoltori continuano a denunciare prezzi che non consentono di coprire le spese necessarie per seminare, concimare, lavorare il terreno e infine trebbiare.
I numeri di ISMEA aiutano a capire la dimensione del problema. Per il raccolto 2025 l’Istituto aveva calcolato, per il cluster comprendente Sicilia, Puglia e Basilicata, un costo medio di produzione del grano duro pari a 318 euro a tonnellata, cioè 31,80 euro al quintale. Già allora il prezzo medio considerato da ISMEA era di 295,5 euro a tonnellata, inferiore al costo di produzione.
I prezzi del grano nella campagna 2026
Nel 2026 la forbice si è allargata ulteriormente. A luglio ISMEA rilevava un prezzo medio alla produzione del frumento duro di 243,81 euro a tonnellata, poco più di 24 euro al quintale e in calo dell’11,1% rispetto allo stesso mese dell’anno precedente. Sulla piazza di Palermo, a fine luglio, il frumento duro “fino” veniva quotato 232,50 euro a tonnellata, il buono mercantile 227,50 e il mercantile appena 222,50 euro.

Nelle campagne il prezzo può essere ancora più basso. A giugno, all’inizio della nuova campagna, venivano segnalati in Sicilia prezzi “sotto trebbia” attorno ai 190 euro a tonnellata, cioè 19 euro al quintale. Oggi la stessa Cia parla di un grano pagato non più di 19-20 centesimi al chilo. Quando coltivare un ettaro di grano significa sapere in partenza che il prezzo del raccolto potrebbe non coprire le spese, l’agricoltore riduce gli investimenti, cambia coltura oppure smette di seminare.
Il paradosso è che il grano siciliano deve sostenere costi di produzione superiori ai 300 euro a tonnellata, ma viene venduto dentro un mercato europeo nel quale il frumento duro proveniente dai Paesi terzi può entrare oggi con un dazio pari a zero. Non è Bruxelles a fissare il prezzo del grano, ma le regole commerciali dell’Unione rendono il mercato interno direttamente permeabile alle quotazioni e all’abbondanza dell’offerta mondiale.
Una catastrofe annunciata
L’allarme era arrivato già nel giugno scorso dall’Associazione Pasta Siciliana. Il Direttivo presieduto da Filippo Trubia aveva denunciato quotazioni del grano duro siciliano scese, in alcuni casi, sotto i 20 centesimi al chilogrammo e aveva segnalato che diversi granicoltori avevano già scelto di non seminare nella campagna conclusa, mentre altri avrebbero potuto fare la stessa scelta nell’annata successiva.
La questione, secondo l’Associazione, non riguarda soltanto il reddito agricolo ma la tenuta dell’intera filiera regionale: “Senza grano siciliano non può esserci una vera pasta siciliana”. Da qui anche la proposta di un Manifesto per la difesa del grano siciliano, puntando su contratti di filiera, tracciabilità, qualità e valorizzazione dell’origine.
Non è un allarme nato oggi. Nell’agosto del 2025, quando il grano siciliano valeva circa 20-22 euro al quintale, era stata denunciata persino la scelta di alcuni agricoltori di rinunciare alla raccolta, perché i costi necessari per portare le mietitrebbie nei campi rischiavano di essere superiori al valore stesso del prodotto raccolto. Si trattava di una denuncia proveniente dal mondo politico e agricolo, non di una rilevazione statistica, ma fotografava un fenomeno economicamente perfettamente comprensibile: se raccogliere costa più di quanto si ricava, anche la trebbiatura può diventare una perdita aggiuntiva.
Il clima, naturalmente, resta una componente decisiva. La Sicilia ha già sperimentato nel 2024 cosa significhi una cerealicoltura esposta a lunghi periodi senza precipitazioni. Il punto è che il clima colpisce oggi una cerealicoltura già economicamente indebolita.
Il caldo può ridurre la quantità di grano prodotta da un ettaro. La siccità può compromettere la spiga e abbassare ulteriormente le rese con il rischio di perdere metà del raccolto di un’annata. Il prezzo troppo basso può produrre un effetto ancora più profondo e duraturo: convincere l’agricoltore a non seminare più quell’ettaro.






